31/01/18

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 61, gennaio 2017 / Second series, issue 61, Jamuary 2017

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INDICE ALFABETICO / INDEX

Le voci elencate qui sotto senza il nome dell’autore sono state scritte, e le foto sono state scattate, da Roberto Bertoni.

IN COSTRUZIONE

- ALLENDE, Isabel, L'AMANTE GIAPPONESE. Note di lettura, 1-1-2018
- DEDOLA, Rossana, IL FRATELLINO DI DALI. Testo, 5-1-2017
- KWAN, Kevin, CHINA RICH GIRLFRIEND. Note di lettura, 9-1-2018.

09/01/18

Kevin Kwan, CHINA RICH GIRLFRIEND

Allen and Unwin, St Leonards (NSW, Australia), 2016


Avevamo recensito il primo volume della saga in tre episodi di Kevin Kwan sulle abitudini di consumo e le vicende tra drammatiche e grottesche dell'elite cinese del danaro residente a Singapore. Si rimanda a quella recensione per varie considerazioni generali, cui se ne aggregano qui delle altre, oltre a riferire qualche aspetto dell'intreccio.

In questo secondo romanzo, Rachel Chu, la ragazza di umili origini, cresciuta negli Stati Uniti, riconcialiatasi col fidanzato Nick, rampollo di famiglia doviziosa, ottiene risultati nella sua ricerca del padre, scoprendo di essere figlia di un uomo politico cinese, milionario. Il colpo di scena viene vissuto dalla protagonista senza imbarbarimento, ovvero come una semplice questione del sentimento. Nata fuori del matrimonio, grata di avere infine svelato il mistero della nascita e lieta di comunicare col padre e col fratello che non aveva mai conosciuto, non viene accettata dalla moglie del genitore e viene minacciata dalla ragazza, Colette, che aspira a conquistare il fratellastro milionario e non tollera che una nuova arrivata si impadronisca di una parte del patrimonio familiare che le spetta di diritto, finendo addirittura per tentare l'omicidio, fortunatamente fallito, per mano della sua segretaria che paga poi lo scotto di questa azione e sconta il carcere. Il resto del libro rappresenta la vita salottiera di vari personaggi, l'attricetta parvenue, l'unica ricca sincera e amica della protagonista, il marito con la testa sul collo, crisi coniugali, copiose spese folli, citazione costante di marche famose, avventure di shopping, feste, pranzi, gite a Parigi in jet privato, eccetera.

Se ci si domandasse quanto sia reale quanto viene raffigurato nel romanzo, che si muove questa volta tra la high society di Singapore, Hong Kong e Shanghai, si potrebbe rispondere che l'aspetto iperbolico non risulta troppo ipertrofico se lo si confronta con le spese quotidiane della generazione cinese figlia di genitori arricchitisi in maniera spropositata dopo il 1979 e dedita all'ostentazione. Si veda il reality show intitolato Ultra Rich Asian Girls, in parte girato a Vancouver, una delle mete degli acquisti di beni immobiliari oltre che di oggetti lussuosi, di questa gente, alcuni brani del quale si trovano su You Tube. Interessante il documentario della TV australiana China's Millionaire Migration, che mette in rilievo i comportamenti e le ideologie. Persino Xi Jimping ha criticato l'eccesso di esibizione del lusso dei nuovi ricchi, come si legge sul South China Morning Post del 12-3-2016


[Roberto Bertoni

05/01/18

Rossana Dedola, IL FRATELLINO DI DALÌ



 Ero davanti alla finestra non so da quanto tempo e fissavo un punto in mezzo al mare. Non mi ero nemmeno accorto che era entrato qualcuno nella stanza, poi ho avvertito una presenza accanto a me.  Mi sono girato e ho visto che Ana Maria tutta vestita di azzurro era in mezzo alla stanza. Le ho detto: “Muchacha, fatti vedere”, e afferrandole una mano le ho fatto fare una giravolta su se stessa. “Che bel vestito”, le ho detto, “ti sei vestita di sprazzi di cielo”, poi l’ho accompagnata alla finestra e l’ho spinta davanti al davanzale: “Sporgiti, fissa quel punto” le ho indicato. E lei ha posato il panno che teneva in mano e con le due colonne delle gambe ha piantato il corpo davanti al davanzale, il vestito aderente ha mostrato la possanza dei fianchi, del posteriore. La dea della fertilità, ho pensato. Era di spalle davanti a me, il vestito celeste, due righe azzurre lo percorrevano dall’alto verso il basso e un nastro lo cingeva sotto la vita.  Mi sono allontanato sul fondo della camera, ho trattenuto il respiro e poi ho di nuovo rivolto lo sguardo verso di lei incorniciata a metà da quel rettangolo di luce. E ho aspettato, non so quanto nella penombra, lei non parlava. Fissava lontano, non so esattamente che cosa guardasse, non potevo vedere il suo viso, il capo leggermente rivolto verso sinistra, in lontananza proprio lì sulla sinistra al di sopra della testa vedevo una vela bianca in mezzo al mare, i capelli neri raccolti in una specie di coda le ricadevano sulle spalle. E mentre portava il peso del corpo sulla sinistra e sollevava una gamba puntando il piede contro il pavimento, i polpacci muscolosi, la camera lentamente si è tinta di azzurro.

Dal fondo del mare si è sollevato un lieve fiato d’alghe, di cavallucci marini e di conchiglie ed è penetrato dalla finestra. “Guarda, Ana Maria”, ho detto, “guarda, là il promontorio si riempie di luce”. E allora su quel lembo di terra ho rivisto la lapide con mio nome. Avevo cinque anni e mi avevano portato al cimitero a vedere la tomba del mio fratellino, e io dall’alto, da un punto del cielo, mi ero visto chiuso nella tomba. Avevo letto il suo nome e era il mio nome inciso sulla lapide. Da quei giorni caldissimi d’agosto in cui il sole a perpendicolo sulle pietre aveva cancellato tutte le ombre il tempo aveva cominciato a sciogliersi. Una luce abbacinante da deserto. Mezzo sciolto dal ramo secco di un albero pendeva come un sacco vuoto l’orologio della vita. Sabbia tutto intorno. La sabbia dei suoi primi giochi al mare a coprire tutto.

In quell’agosto mio padre di notte cercava tra le lenzuola riarse mia madre, lei lo evitava, si allontanava, si spostava verso l’angolo in cui rintanarsi e stare vicino al piccolo che se ne era andato. Lo cullava nel buio mentre mio padre premeva, spingeva, voleva rimetterlo al mondo, tale e quale. E in maggio sono nato io uguale a lui. Stesso nome, non un altro figlio, ma proprio lui.

Quel fiato di mare penetrato dalla finestra aveva preso a indugiare sulle vesti colore dell’acqua di Ana Maria, le annusava, le leccava. Una goccia cominciò a scorrere sulla parete e allora nel riflesso l’ho visto: il Salvador venuto dal mare, non era il mio riflesso, era il suo. Eravamo come due gocce d’acqua, ma solo quella era la sua goccia, la sua pupilla. “Non lasciare che te la feriscano”, ho implorato. “Chiudi la palpebra per sempre!”. Da quell’agosto il fratellino era rimasto senza cielo, lo diceva la lapide, il nome, le date, il mio nome. Io e lui per sempre chiusi sotto quella lastra di marmo da quell’estate bollente.

E allora, mi rivolgo a lei, mia sorella, che guardava sporgendosi dalla finestra: “Ana Maria non voltarti, fissa per me la terra, quel lembo di terra, lascia che si rifletta sul battente della finestra”. Sono andato a prendere una tela e un carboncino e ho iniziato a disegnare Muchacha en la ventana [1]. Non so quanto siamo rimasti lì senza parlare.

Poi si è voltata, aveva diciasette anni, bella, occhi neri penetranti, intelligente, una scollatura pronunciata sul davanti. Ha detto: “Vedo che sei completamente pazzo, fratellino”.








[1] Cliccare sul titolo qui di seguito per vedere il quadro di Dalì Muchacha en la ventana. Cfr. Wikipedia per informazioni generali in italiano sul dipinto [Nota di redazione].


01/01/18

Isabel Allende, L’AMANTE GIAPPONESE

[Los amantes (Collezione privata 2017). Foto Rb]


Isabel Allende, L'amante giapponese. I edizione in lingua spagnola 2015. Traduzione italiana di E. Liverani, Milano, Feltrinelli, 2015

Al momento in cui inizia la narrazione, che ha molti momenti retrospettivi, Alma Belasco è un’anziana che vive in una casa di riposo confortevole, democratica e compassionevole in California.  Di origine ebraica e persi i genitori da bambina nei campi nazisti in Polonia, il ramo statunitense della famiglia riesce a portarla in America, dove cresce a casa dello zio miliardario, scoprendo col tempo una passione per il design e creandosi una fama nel campo della moda. Ottantenne, ha rinunciato a quasi tutto, portandosi appresso, nellalloggio per la terza età, solo l’essenziale, con atteggiamento in parte Zen, suggerito da elementi relativi alla rinuncia buddhista nel testo, ma soprattutto determinato dalla biografia sentimentale: si è ritirata dalla vita pubblica in seguito alla morte del suo amante segreto di una vita, il giapponese Ichimei, anch’egli reduce da un’esperienza traumatizzante di internamento nei campi in cui vennero chiusi i giapponesi durante la seconda guerra mondiale, quindi divenuto giardiniere dei Belasco. La storia d’amore di Alma e Ichimei giovani si era conclusa con un aborto spontaneo di lei dopo che aveva deciso di avere uninterruzione di gravidanza volontaria, interrotta dalla generosità del cugino, che, affezionato con candore fin dall’infanzia ad Alma, decide di sposarla e con la quale avrà un figlio, ma si scoprirà parecchie pagine dopo che la sua tendenza sessuale dominante è omosessuale. Ichimei non saprà mai della perdita del figlio concepito con Alma, che lo lascia con un pretesto, ma in realtà è perché non aveva avuto lenergia, allora, di rinunciare ai benefici della posizione di classe privilegiata. Ichimei si ricostruisce una vita con una moglie nipponico-statunitense e una vita serena, ma a un certo punto della vita Alma e Ichimei riprendono la relazione segreta. Arrivando nella contemporaneità, questa storia di ferite interiori, emigrazione, difficile integrazione sociale di Ichimei ed egoismo di Alma, a dispetto dei sentimenti reciproci, si intreccia con quella di Irina, impiegata moldava presso la clinica in cui risiede Alma, anch’ella con un trauma alle spalle (era stata costretta dal patrigno a produrre immagini pornografiche quando era ancora adolescente, dal che, dopo la denuncia dell’uomo, la vita personale segregata, protetta dalla polizia sotto nuova identità). Irina viene infine curata sentimentalmente dall’affetto ricambiato del nipote di Alma che, pur rampollo viziato della grande famiglia, è in grado di manifestare altruismo.

Alla luce di questo sommario parziale, non stupirà che Allende definisca il romanzo “una historia de amor, romance, memoria, vejez, inmigración, dolor y muerte” [1].

Interessante anche il fatto che, a differenza delle sue critiche al conservatorismo americano, compreso quello di Trump [2], la California da lei descritta abbia caratteri di apertura mentale liberaleggiante verso il diverso e di ecologismo, nonché di spiritualismo da era dell’Acquario.

La California è un territorio geografico e sociale che Allende conosce bene, dato che vi risiede, dichiarando, per esempio: “Vivo en Spanglish. Trabajo en inglés, pero escribo, sueño, converso con mi familia y me enojo en español. Además, en California la mitad de la población es hispana o habla el idioma” [3].

Come sia stato ideato il romanzo lo spiega ancora una volta l’autrice, sostenendo che El amante japonés

“[...] es una historia totalmente americana. Y también de inmigrantes, porque eso es los que es Estados Unidos y lo que ha sido siempre. La verdad es que caminaba por Nueva York con una amiga y me empezó a contar la historia de su madre, que había tenido  un jardinero japonés, con el cual mantuvo una amistad de más de cuarenta años. Pensé: ‘Tendrían que haber sido amantes’, a pesar de que eso no se dijo ni estaba admitido. Esa fue la semilla de la historia. Me puse a investigar. Y se fue revelando el tema de los campos de concentración en Estados Unidos donde fueron llevados los japoneses que vivían en el país durante la guerra y perdieron todo lo que tenían. Se los llamó ‘campos de internamiento’.  Poca  gente sabe de esa historia” [4].

Ci ha colpito l’abilità strutturale, con trasposizioni temporali costanti e i segreti di ciascun personaggio rivelati solo verso il finale, nonché la variazione di registro tra lettere e storia raccontata in terza persona.

Ci ha un po’ sorpreso che, per convalidare l’eternità e il cosmopolitismo dell’amore, Allende abbia adottato, con connotazioni positive, un personaggio che, malgrado l’affetto per l’amante nipponico, gli nega un figlio in nome del successo e del lusso. Vero che ciò provoca tormento spirituale, ma non si direbbe vero e proprio rimorso o pentimento...

In positivo, socialmente, notiamo soprattutto l’empatia verso chi è sopravvissuto alle guerre, ha sofferto per loro causa, ha subito un processo di sradicamento dal paese natale e di radicamento altrove.


[Roberto Bertoni]


[1] Entrevista con Isabel Allende, escritora”, El País, 4-6-2015.

[2] “Isabel Allende: "'Trump es muy peligroso' y podría llevar a la guerra a EE.UU.”, EFE, 12-10-2017.

[3] “Entrevista…”, cit..