31/05/18

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 65, maggio 2018 / Second series, issue 65, May 2018

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INDICE ALFABETICO / INDEX

13/05/18

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 21-25)

[Jungle with wall... (Cambodia 2008). Foto Rb]




21.

vado a piangere la foggia delle foglie
le giungle al pugno che non sfondano
il muro. la malinconia del dado 
in un incendio di dio atto a non
darsi. lo stipo della pagina si serra
rapidità della pallottola, lotta
prismatica madre di resistenza.


22.

nelle scartoffie a nudo
lo stormo  a giostra delle rondini
il tempo scotto di spostare il verbo
verso le erranze delle celle.


23.

le rondini offuscate dalle rocce
la fatuità del fuoco
nella nullità che scarta
sé nella pienezza del vero.
lontani dal coro delle gioie
i manufatti del sale
le fratture che cedono per orfane.
fannullone l’acrobata vincente
sa far regalo di una zona in anima
di faro di festa di gran girotondo.


24.

nelle ortiche del vespro
le faccende delle truppe
il fantoccio che fa da petto
alla nullità del ciclo.
un po’ alla volta il calamaio del sangue
gira di trottola, torna a far di volta
questa gimcana credula del gelo
la venia della stoffa che si lacera.
la retrovia della nuca dà dolore
alla rarità del ritmo levante.


25.

e non sari che l’aria della sfinge
l’arca in cappio di perdere innocenza.



Le strofe precedenti sono uscite sui numeri scorsi di Carte Allineate.

09/05/18

Nicola Curzi, NUCLEO NON ATTINTO


[Genoa 2018. Foto Rb]


Nicola Curzi, Nucleo non attinto. Roma, Aletti, 2018



Nucleo non attinto è il secondo liber poetico a firma di Nicola Curzi, già autore della raccolta Lo scorrere e il rifluire (Sena Nova, 2010) e di altre liriche singole, apprezzate in competizioni letterarie nazionali e apparse in volumi collettanei.

Il titolo della raccolta esibisce a chiare lettere il tema cardine delle poesie in essa contenute, ossia il negativo e la mancanza di senso, che vengono ribaditi, anche se declinati su piani tematici diversi, nei titoli delle tre rispettive sezioni che compongono la silloge: I. Segmento interrotto, II. Calore incompiuto, III. Trasfigurazione mancata. Questi quattro sintagmi, identici per struttura sintattica (sostantivo più aggettivo di senso negativo), costituiscono nella loro sequenza quasi altrettanti capitoli di un percorso narrativo interno al libro e palesano l’ossatura argomentativa che poi le singole liriche (33 in tutto) si incaricano di dimostrare ed esemplificare: la precarietà di significato, la sfiducia nella totalità, la mancanza di un approdo certo nel percorso di senso compiuto dall’io lirico. Il “nucleo non attinto” è infatti per Nicola Curzi l’impossibilità di raggiungere la verità delle cose, l’incapacità di attingere a una dimensione profonda dell’esistenza che dia pienezza di senso al mondo e al soggetto che lo percepisce. Come recita uno dei tanti versi marmorei che puntellano il dettato di Curzi, “il mondo accade e basta”, la realtà si apre al soggetto senza una certezza definitiva da offrire, ricca solo di “assoluti sgretolati”, e l’io esiste in “un involucro di buio”, impossibilitato a raggiungere una comprensione totale di sé e del mondo. Il cuore stesso del poeta è un “vento immutabile e muto”, un elemento incapace di entrare in risonanza piena con il mondo e che può quindi limitarsi solo a registrare l’incompiutezza del reale.

L’assenza di certezze gnoseologiche e di pienezza vitale viene percepita dal poeta di Senigallia attraverso tre esperienze esistenziali diversi: l’impossibilità di una conoscenza esatta nel rapporto con il reale, sviluppato nella prima sezione, l’incontro con l’altro da sé, che domina la seconda parte, e l’incapacità di cambiamento, con conseguente passaggio dall’azione all’inerzia, che è il tema su cui si chiude il trittico. A questo io lirico mosso alla conoscenza del mondo a tratti sembrano aprirsi degli squarci possibili di senso, dei “varchi” che montalianamente accendono la speranza di attingere alla verità sulle cose (e il verbo che apre la raccolta, “balugina”, sembra rimandare proprio al Montale del Piccolo testamento), ma a differenza del poeta ligure, in Nucleo non attinto nessuna di queste possibilità riesce a concretizzarsi in un’opzione concreta di salvezza e queste ipotesi di senso sono costrette a rimanere interrogativi senza risposta. Anche l’incontro con l’altro, con una figura femminile che fa la sua prima esplicita comparsa nella lirica Lasciai uno spiraglio fioco, non determina una svolta esistenziale e non dà accesso a una sfera più autentica, collocata al di là della “corolla del contingente”: anche dopo l’unione con lei, che viene descritta con potenti immagini sintetiche di corporeo e spirituale, l’io rimane un “cuore di cartapesta” e l’amore un sentimento non totalizzante, esperibile solo “a brandelli”.

Questo stato di incertezza, di mancata adesione a una verità superiore è dunque il tema che informa tutte le liriche della raccolta e che si riflette anche sul piano dello stile. Saldamente incardinate sulla tradizione novecentesca del verso libero, le liriche sono costituite per lo più da versi brevi giustapposti in paratassi tra di loro e hanno un ritmo franto, un andamento discontinuo, rotto da frasi secche, incisive, che sembra mimare l’incapacità di un discorso totale sulla realtà e la rassegnazione del pensiero alla caduta inesorabile di ogni illusione. La cifra distintiva dello stile di Nicola Curzi è il vasto dispiegamento di sinestesie e di arditi accostamenti analogici che si riscontra in ogni testo (“spighe screziate di buio”, “scaleno d’orge”, “occhiate di carezze” alcune delle più memorabili), nei quali tuttavia non va ravvisato un mero repêchage tardo-simbolista ma un’esigenza espressiva più complessa. Più che testimoniare le capacità superiori di un poeta veggente in grado di raggiungere il cuore delle cose, i virtuosismi analogici vengono utilizzati dal poeta marchigiano per trascrivere sul piano verbale l’assurdità del reale, materializzare nel testo l’esperienza di mistero indecifrabile che l’io ha nel confronto con il reale.

In conclusione, Nicola Curzi, per quanto alle prime esperienze di scrittura di una silloge in sé conclusa, si pone agli occhi dei lettori come un poeta maturo, dotato di un bagaglio concettuale solido e ben delineato e consapevolmente imparentato con una tradizione tutta novecentesca di ‘stile oscuro’ che però nei suoi versi non cede mai alla ambiguità fine a sé stessa, ma è strutturato da un sapiente controllo degli strumenti espressivi ed è sempre incardinato, anche nel testo più breve, in un preciso percorso argomentativo. Una summa, per stile e per contenuto, di tutta la raccolta è la lirica seguente, che, attivando un interessante dialogo con il più noto carme di Orazio, si presenta come uno dei vertici di Nucleo non attinto, collocato forse non a caso nel centro geometrico del libro:

“Tentasti infine i calcoli babilonesi
e nel ghigno del loro responso
leggesti un eterno presente,
un’immanenza piatta e ultima.

Era il grigio costante
non infranto dalla linea eburnea
che discrimina i sì dai no.

Odio abitarti,
abitarti è un tepore 
incapace a dischiudersi”.



[Luca Zipoli]

05/05/18

Gianni Morelli, ROSSO AVANA




Lugano, ADV, 2016



Il romanzo si svolge nel 1958, in dicembre a cavallo del nuovo anno, in concomitanza con l’avanzare della rivoluzione castrista, realizzata infine il primo gennaio del 1959.

Rosso Avana significa passione, sentimenti, sangue, rivoluzione, a detta dell’autore in un’intervista radiofonica.

In effetti il romanzo dipana questi vari fili, intrecciando principalmente due storie, quella della truffa di un sedicente Principe di Bisanzio che, col suo falso entourage, concede titoli nobiliari a pagamento; e quella di una morte in un albergo, un incidente, o forse un’autodifesa, da cui fugge la cameriera indiziata, Alicia, che vive di qui altre tre vite, camuffandosi, per occultarsi alla giustizia, sotto varie identità e in ambienti sociali compositi. Le due storie principali si congiungono nelle ultime pagine, con un lieto fine che porterà la ragazza e il falso Principe protagonisti fuori di Cuba verso una salvezza.

La ricostruzione della Cuba degli anni Cinquanta è uno dei meriti di questo romanzo, che rappresenta quella realtà con cura e non senza ironia e umanità.

La rivoluzione resta tra le quinte, ma è onnipresente, costituendo il momento epocale di una nuova vicenda per l’isola e la sua popolazione.

Sia il giallo che le storie d’amore sono costruiti con sequenzialità e buon gusto.


[Roberto Bertoni]

01/05/18

Gianluca Ciccarelli, BALLATA PER I DISPERSI


Roma, Castelvecchi, 2018



Il clima di un inverno insperatamente tiepido che riporta la curva dei suicidi alla media annuale sembra dare il tono alla scrittura della ballata che Gianluca Ciccarelli, facendo ricorso a una forma letteraria che prende le distanze dalla prosa, dedica ai dispersi. Sin dall’incipit, in effetti la scrittura si rivela più vicina alla lingua poetica, alla lingua cantata: “Lenta scende questa notte sul mio mare, il mare che mi riporta a casa”.  Proprio la scelta di una lingua vicina alla poesia dà una coloritura particolare alla prosa di Ciccarelli e dispone all’ascolto di un racconto che tocca corde intese e profonde e che e dà l’avvio a un ritorno in Sicilia che è soprattutto un viaggio all’interno di se stessi.

Dopo la dispersione, l’essersi perduti, l’aver subito una catastrofe, si ritorna attraversando il mare a casa. Qui c’è una madre che non può più riconoscere il figlio, chiusa come in un antro buio da una malattia che ne ha spento la memoria. La madre non può più riconoscere il figlio, ma è il figlio stesso a non sapere più chi sia, si sente solo uno straniero che chiede asilo.  È straordinaria la densità che Ciccarelli riesce creare nel testo narrativo, sovrapponendo nello spazio di poche righe il tema del viaggio, del ritorno, il ritorno alla madre, col ricorso a figure retoriche più adatte alla poesia che alla prosa. L’ossimoro è usato per definire l’impossibile dialogo con la madre (“silenziosi colloqui”), e più avanti “assordante silenzio” viene definita la vita moderna che ci riempie di immagini false e insensate, ci spinge alla ricerca frenetica del nuovo che stanca e intossica.

Grazie anche all’uso di queste figure retoriche, il testo si trasforma in una spirale che cambia continuamente di segno il significato trasformandolo nel suo contrario e permettendoci di rivedere la realtà da un nuovo punto di vista. Lo sguardo vuoto di sua madre, ormai persa in se stessa dalla malattia, si può rivelare più acuto del nostro, in realtà potrebbe essere rivolto verso un punto che noi non riusciamo più a vedere, oppure potrebbe difenderci da qualcosa di troppo forte che solo lei può vedere e che solo lei è in grado di sopportare.

Il ritorno del figlio avviene dopo un lungo viaggio per mare attraverso la notte, ma il buio è anche quello che ha accompagnato per lungo tempo la vita del protagonista, percepita ora come morte interiore. L’allontanamento dall’isola, dalla madre, dal padre, dalla famiglia e dalla terra, la Sicilia, si è trasformato in una fuga proprio da se stessi. 

Il viaggio inizia dunque nel regno della notte e del sonno in cui è il sogno che la fa da padrone e in cui ritornano a galla immagini oniriche colme di nuovi significati, cariche del peso vitale dei simboli vivi da cui l’anima viene visitata e rigenerata. Ed ecco come la densità del testo descrive questo processo che da anni la psicoanalisi e la psicologia del profondo hanno scandagliato: “Si affollano garbatamente, queste immagini umide e disordinate verso la sponda della mia veglia, come ne uscissero dopo il lavacro in una piscina naturale, abbellita da mille giochi d’acqua, che ne alternano la percezione, rendendole continuamente mutevoli a seconda di come la luce vi si posa. O, forse, sono le stesse immagini a sprigionare dal loro interno una luce che si frange e ricompone, rendendomi la loro apparizione costantemente inafferrabile?”. Le immagini anche se incomprensibili alla coscienza hanno una forza vitale che sembra sostenere, addirittura indirizzare in avanti verso il futuro e ripescare dal passato ricordi, scene di vita e racconti.

Il testo si scioglie in molteplici rivoli che danno spazio a pensieri, a riflessioni, a brevi dichiarazioni filosofiche come questa affidata alla voce del padre: “Ho sempre voluto passare il mio tempo con chi ha amato i propri demoni. Ho sempre disprezzato chi ne ha paura e li trasforma in malattie. Come puoi aver paura di qualcosa di tuo che ti appartiene e che ti forma.” Di fronte alla madre che non lo riconosce più o forse è la prima volta che lo riconosce veramente, il figlio recupera con tenerezza la figura del padre, siciliano atipico, lieve e poco virile, ma capace di indicare al figlio una via iniziatica per la propria mascolinità al di fuori degli stereotipi, fatta di accettazione della propria irriducibile unicità. È la ricerca della vera natura di noi stessi a rendere unico e sacro ogni vero atto d’amore, anche l’amore di Achille per il padre e del padre per Achille che è in grado di reggere alla prova della morte. 

Il padre e la sua vita diventano dunque il perno intorno al quale la vita del protagonista riprende a srotolarsi, i luoghi del padre si oppongono, anzi insorgono contro le sue “abitudini di cosmopolita, di poliglotta, aggiornato di tutto, perennemente connesso col niente” al di là del nostro “tempo affamato”, e la vita precedente fatta di troppi viaggi, di troppi incontri, di troppe immagini, di troppe parole, moltiplicate a dismisura dalle connessioni della “realtà” virtuale, si sgretola davanti a un presente che costringe a percepire la vita senza filtri.



[Rossana Dedola]

30/04/18

CARTE ALLINEATE. Seconda serie, numero 64, aprile 2018 / Second series, issue 64, April 2018

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INDICE ALFABETICO / INDEX

29/04/18

Marina Pizzi, DAVANZALI DI PIETA', 2008 (Strofe 16-20)




 ["Shadow of a broken memory?" (Wicklow 2016). Foto Rb]

16.

salute di comete poter la morte
luce del tempo finalmente libera
da spessori di mutamenti. il rombo
della lotta da corsie di fame.
tu ne arrendi un comignolo
di fuga, lo otturi con ghirlande
di spine, piaghe di cosce che
non saranno madri né rapidità
del cosmo, modo di cortesia
il limbo della botola.


17.

la teca è spoglia sotto le resine
delle dimenticanze, il tic come tale
di resistere. nel corridoio del nodo
scorsoio so il desco di scomodare
gli spettri paffuti, le muffe senza
limiti di età. la pianta grassa non
chiede proprio nulla eppure è strafelice
in una feritoia di terra di riporto.
così il rito scarnissimo del sonno
modo al dorso di piegarsi al dondolo.


18.

stati disadorni dolo l’attimo
con l’arrotino che grida per coltelli
senza banchetti né cialde di bambini
intenti e seri. Roma da ieri
è alla stiva dell’ultima valenza.
in tutto un orto di licenze e fosse
l’attrito del sangue di coagulo.


19.

il sillabario sulla sedia
il laboratorio elabori agli albori
quando la fune fuggì ladrocinio
in cima al cipresso sposo di cimasa,
dove il musico d’osso del far sì
ingannò la capsula del boia.


20.

le vitali stravaganze della nuca
quando lo sguardo va oltre la calce
verso gl’ingegni delle vestali
che premono dominio di sorriso.
tu che ti giovi di una cisterna secca
per premere a stecchetto l’orizzonte,
sappi che lo scheletro del mare
sa l’inchiostro che incontra le maree.


Le strofe precedenti sono uscite sui numeri scorsi di Carte Allineate.

27/04/18

Laura Vecchi Ford, LA LUNA NEL POZZO


Pubblichiamo volentieri questa poesia autografa, inviata da Laura Vecchi Ford.






21/04/18

Natsume Soseki, E POI


                                                    [Statuettes (Dublin 2016). Foto Rb]


Natsume Soseki, E poi. 1909. Vicenza, Neri Pozza, 2016 [Edizione Kindle]


La parte principale della fabula è articolata sull’amore tra il protagonista Daisuke e Michiyo, la moglie di Hiraoka, ex compagno di università del personaggio principale, che per lealtà verso l’amico aveva a suo tempo facilitato il matrimonio, restando col segreto di una passione ricambiata, che rimane platonica anche quando i tre si rincontrano anni dopo, ma sfocia in disastro psicologico e sociale per la sincerità confuciana di Daisuke, il quale confessa l’infatuazione per Michiyo a Hiraoka: da qui un senso dell’onore ancora tradizionale spinge quest’ultimo a rivelare l'interesse dell'amico per la moglie alla famiglia di Daisuke, che lo disereda ed emargina.

Questa superficie tradizionalista è percorsa dai ben diversi comportamenti anticonformisti di Daisuke, insofferente delle convenzioni sociali al punto da rifiutare le spose altolocate che, com’è proprio della sua posizione di classe, gli vengono proposte da padre, cognata e fratello.

La sua visione della società è modernamente fondata sulle convinzioni personali più che sull’adeguamento alle norme: “A me […] sembra che ciò che si sperimenta nella società non abbia alcun valore […], porta solo sofferenza”.

Daisuke è, per autodefinizione, un dandy e un intellettuale secondo il quale “può darsi che l’esperienza legata al pane sia necessaria, ma è necessariamente triviale. Non vale la pena di essere un uomo se non ci si può permettere il lusso di fare qualcosa che non ha alcun rapporto con il cibo o con l’acqua”.

Viene varie volte citato D’Annunzio, assieme ad altri autori della modernità europea, in chiave in parte di annessione, in parte di sconcerto: “leggendo i romanzi occidentali, era sempre rimasto sconcertato dai dialoghi tra uomini e donne, a suo avviso troppo audaci, troppo compiacenti, e soprattutto troppo franchi ed espliciti. In lingua originale erano accettabili, ma in giapponese neppure traducibili”.

Pervaso dal sentimento che egli stesso definisce come ennui, critico delle città che “non erano altro che delle vetrine dove si esponevano gli esseri umani”, difensore dell’autenticità e dei valori spirituali e interiori, Daisuke respinge l’azione, finanche il lavoro, restando tuttavia vittima dei propri sentimenti sinceri e impossibili.

Personaggio moderno e modernista, diviso tra passato e presente.


[Roberto Bertoni]




17/04/18

Natsuo Kirino, IN

2009. Traduzione di G. Coci. Vicenza, Neri Pozza, 2018

Le tematiche della crisi familiare, del tradimento coniugale, della pedofilia non sono nuove in Kirino, che le utilizza anche in questo romanzo, fornendo una visione disincantata della compagine sociale giapponese, ma servendosi di un meccanismo di inchiesta che esce dagli schemi di altri suoi thriller tradotti in Occidente. Qui si tratta di scoprire la corrispondente nella vita reale di un personaggio femminile, tramite l'inchiesta svolta da un'autrice, Suzuki Tamaki, che sta scrivendo un romanzo a puntate su uno scrittore deceduto, Midorikawa Mikio, autore di un romanzo intitolato l'innocenza. Varie candidate si presentano a Tamaki, alcune hanno avuto rapporti reali con Mikio, ma solo una, come sapremo alla fine del romanzo, combacia con la misteriosa innamorata del narratore scomparso, la cui storia extraconiugale si risolse in tragedia. Frattanto leggiamo la storia difficile di una rapporto extraconiugale di Tamako e Seiji, il quale ultimo muore di cancro nelle ultime pagine. 

Complesso l'intreccio, articolato in sette capitoli, ciascuno dei quali, nella traduzione, contenente l'inserto "in": L'indecenza, Invisibile, L'innocente, Ineluttabile, Incertezza, Inseparabili, IN.

Frequenti le constatazioni sul rapporto tra la finzione e il reale e autobiografia fittizia e vita vissuta ("scriveva della propria vita reale come fosse una finzione", p. 231); il modo contrastante di vari personaggi di superare i traumi del passato; lo scollamento tra le norme della buona creanza e il vuoto dei rapporti amorosi falliti.


[Roberto Bertoni]